Kerry Hamill: un sogno interrotto nelle acque della Cambogia

Tempo di lettura stimato: 4 minuti

Ci sono storie che, più di altre, ci aiutano a comprendere fino a che punto possa spingersi l’assurdità e la crudeltà di un regime. Raccontarle significa non solo dare voce alle vittime, ma anche mantenere viva la memoria nel corso del tempo.

La vicenda di Kerry Hamill è una di queste: un sogno di libertà trasformato in tragedia, un destino individuale che diventa simbolo della brutalità collettiva.

Ciò che colpisce di questa storia è che non parliamo di un passato remoto, ma di fatti avvenuti appena negli anni Settanta, in un’epoca che associamo già alla modernità.

Durante il mio viaggio in Cambogia, nei corridoi del Tuol Sleng Genocide Museum (l’ex prigione S-21 dei Khmer Rossi) ho avuto modo conoscere da vicino questa storia, visitando il sito dove Kerry fu imprigionato: un luogo che ancora oggi trasmette il peso della sofferenza e che rende chiaro quanto sia importante non dimenticare.


Chi erano i Khmer Rossi

Facciamo un passo indietro per inquadrare brevemente il periodo storico. I Khmer Rossi furono il movimento comunista guidato da Pol Pot, che prese il potere in Cambogia nel 1975 e governò fino al 1979, instaurando la cosiddetta Kampuchea Democratica, con l’obiettivo di creare una società rurale “pura” e autosufficiente.

Per raggiungere questo scopo, i Khmer Rossi svuotarono le città costringendo milioni di persone a lavorare nei campi di riso, abolirono scuole, religione, denaro e proprietà privata. Famiglie divise, intellettuali perseguitati (bastava portare occhiali per sembrare “sospetti”), medici e insegnanti eliminati: chiunque fosse considerato un “nemico del popolo” rischiava la prigione o la morte.

Il risultato fu una tragedia immensa: si stima che tra 1,7 e 2 milioni di cambogiani — circa un quarto della popolazione dell’epoca — morirono di fame, stenti, lavori forzati, torture ed esecuzioni.

Il luogo simbolo della repressione fu il carcere S-21 (Tuol Sleng), a Phnom Penh, dove solo una manciata di prigionieri sopravvisse.

La brutalità del regime e la sua caduta — avvenuta nel 1979, quando il Vietnam invase la Cambogia — rendono ancora oggi i Khmer Rossi uno dei casi più estremi del Novecento, e visitare quei luoghi permette di capire fino a che punto può arrivare l’assurdità di un’ideologia spinta all’estremo.


Un ragazzo e il suo sogno di mare

Kerry Hamill era un giovane neozelandese che non era un soldato né un politico, ma soltanto un ragazzo con un sogno semplice e luminoso: navigare per il mondo. Nato nel 1951 a Whakatane, in Nuova Zelanda, Kerry era il maggiore di cinque fratelli.

Dopo l’università si trasferì a Sydney per lavorare e perfezionare le sue abilità veliche. Il suo obiettivo era chiaro: circumnavigare il globo con la vela.
Con la fidanzata Gail Colley, l’amico canadese Stuart Glass e il britannico John Dewhirst, salpò a bordo dello yacht Foxy Lady, acquistato a Darwin.

Durante il viaggio scriveva spesso ai suoi genitori, raccontando con precisione le tappe e le emozioni.

Fu proprio l’interruzione improvvisa di quelle lettere, nell’estate del 1978, a far nascere i primi timori in famiglia.


L’arresto a Koh Tang e le confessioni assurde

Il 13 agosto 1978, al largo dell’isola di Koh Tang, lo yacht fu intercettato da una motovedetta dei Khmer Rossi. Gail era sbarcata prima di quella tappa, ma Kerry, John e Stuart furono catturati. Stuart venne ucciso immediatamente; Kerry e John furono invece trasferiti nella famigerata prigione S-21 di Phnom Penh, epicentro del terrore del regime di Pol Pot.

Nei documenti di Tuol Sleng sopravvivono le confessioni estorte a Kerry.

Nella sua confessione, Kerry affermò che il Colonnello Sanders, del Kentucky Fried Chicken, la nota catena di fast food, era uno dei suoi superiori. Usò anche il suo numero di telefono come numero operativo della CIA (Central Intelligence Agency degli USA) e menzionò diversi amici di famiglia come presunti membri della CIA.

Un dettaglio sconvolgente, che mostra anche la lucidità di Kerry durante i momenti delle assurde torture subite, forse per lasciare un messaggio di speranza quando ormai era consapevole del suo destino.

Un dettaglio tanto grottesco quanto crudele: la verosimiglianza non interessava ai carnefici, contava solo distruggere la volontà delle vittime.
L’ultima firma di Kerry porta la data del 13 ottobre 1978. Poi, il buio.

Duch, il comandante del carcere, ammise anni dopo che Kerry e John Dewhirst furono giustiziati insieme e i loro corpi bruciati fino a ridurli in cenere.


La ferita della famiglia

La famiglia Hamill seppe la verità solo due anni più tardi, tramite un articolo di giornale. La notizia fu devastante: John, il fratello minore di Kerry, sopraffatto dal dolore, si tolse la vita nel 1980.
Rob Hamill, un altro fratello, scelse invece la via della testimonianza. Nel tribunale speciale sui crimini dei Khmer Rossi guardò Duch negli occhi e disse:

“Quando hai ucciso mio fratello Kerry, hai ucciso anche mio fratello John.”

Un viaggio per la memoria

Negli anni successivi Rob, insieme alla moglie Rachel e ai figli, decise di ripercorrere parte del viaggio che Kerry non aveva potuto concludere. Da Darwin al Sud-est asiatico, fino a Phnom Penh, per trasformare una tragedia familiare in una memoria condivisa. Un modo per raccontare ai figli non solo la brutalità del regime, ma anche i sogni, le passioni e le lettere di un giovane uomo innamorato del mare.

Una memoria che resiste

Oggi il nome di Kerry Hamill vive tra i volti e i documenti conservati al Tuol Sleng Genocide Museum.

La sua storia non è soltanto quella di un marinaio finito in acque sbagliate, ma un simbolo delle vite spezzate da un regime disumano.

Il mare che Kerry amava, promessa di libertà, si trasformò nell’inizio di un incubo. Eppure raccontare la sua vicenda significa restituirgli dignità, ricordare i sogni infranti e ribadire il valore della memoria storica: perché tragedie simili non debbano mai più ripetersi.

Di enri

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *