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Undici anni in Accenture: cosa mi ha insegnato davvero
Quando sono entrato in Accenture, nel 2010, ero all’inizio della mia carriera. Undici anni dopo ne sono uscito profondamente cambiato, sia come persona sia come professionista.
Nel frattempo era cambiata anche Accenture: da circa 120.000 dipendenti nel mondo a oltre 700.000.

Un dato che racconta bene quegli anni, segnati da una crescita enorme dell’azienda e da una trasformazione profonda del modo di fare consulenza e del ruolo della tecnologia nelle imprese.
E, mentre tutto questo cambiava, sono cresciuto anch’io.
Questa è semplicemente la mia esperienza.
Cosa fa davvero un consulente?
Ho lavorato nel Consulting di Accenture, nell’ambito Technology, seguendo progetti molto diversi tra loro.
Sono passato dai data center al cloud, dai sistemi tecnologici per le telco a quelli per le banche, dalla cybersecurity alle piattaforme per la gestione dei dati e, più recentemente, all’intelligenza artificiale. Sempre con un obiettivo concreto: capire non solo come introdurre una tecnologia, ma quale impatto economico e quale miglioramento potesse generare per il cliente.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti della consulenza: difficilmente fai la stessa cosa per molto tempo.
Ogni nuovo progetto significa comprendere rapidamente una tecnologia, un cliente, un’organizzazione e spesso anche un settore che conosci poco.
Con il tempo, alla componente tecnologica si è aggiunta quella economica e manageriale. Ho lavorato su business case, budget e piani economici, partecipato a gare e offerte commerciali e gestito team e fornitori.
Questo mi ha insegnato a considerare i progetti non soltanto dal punto di vista tecnico, ma come iniziative che devono produrre valore reale per l’azienda.
E poi ci sono state le trasferte. Tante.
Ho viaggiato molto in Italia e all’estero e per alcuni anni ho praticamente vissuto in trasferta: valigia pronta, aereo o treno il lunedì e ritorno a casa a fine settimana.
Lavorare per anni con clienti e organizzazioni diverse ti espone però a qualcosa che difficilmente puoi imparare sui libri: inizi a osservare dall’interno come funzionano davvero le aziende.
I sacrifici
Raccontare soltanto gli aspetti positivi sarebbe poco credibile.
Ci sono stati anche sacrifici importanti.
Mi è capitato di lavorare 24 ore di seguito — il famoso “giro della morte” — per consegnare una gara. Ho lavorato durante weekend e festività e qualche volta sono rientrato da ferie già programmate perché c’era qualcosa che doveva essere risolto, senza se e senza ma.
Ci sono stati periodi in cui il lavoro occupava una parte enorme della giornata e non sempre avevo alternative.
Era sempre giusto?
Probabilmente no.
Ma nella mia esperienza quegli sforzi sono stati quasi sempre accompagnati da soddisfazioni: progetti riusciti, responsabilità crescenti, riconoscimenti, avanzamenti di carriera e una crescita economica significativa.
Non penso che il sacrificio sia necessariamente una virtù.
Ma per me ha sempre fatto una grande differenza percepire che l’impegno produceva qualcosa.
Cosa ho imparato davvero
Se dovessi scegliere la cosa più importante che mi hanno lasciato questi anni, non parlerei di una tecnologia o di un singolo progetto.
Parlerei di quello che ho imparato dalle persone e dalle situazioni che ho vissuto.
Ho avuto la fortuna di lavorare con professionisti eccezionali, ma alcune delle lezioni più importanti sono arrivate anche dai momenti difficili, dagli errori e dalla pressione dei progetti più complessi.
Con il tempo, tutto questo ha costruito un modo di lavorare che ancora oggi mi porto dietro.
Mantenere il controllo quando gli altri lo perdono
Mi è capitato di lavorare con responsabili poco empatici o incapaci di gestire bene la pressione.
Quelle situazioni mi hanno insegnato una cosa fondamentale: più una situazione diventa critica, più chi guida deve mantenere lucidità.
Se il leader perde il controllo, amplifica il problema. Se rimane lucido, aiuta gli altri a concentrarsi sulla soluzione.
Ho imparato quindi anche attraverso esempi che non volevo seguire.
Anticipare i problemi
Nei progetti complessi aspettare che qualcuno ti dica cosa fare raramente funziona.
Se sai che tra tre settimane servirà una decisione, devi iniziare a lavorarci oggi. Se intravedi un rischio, devi affrontarlo quando è ancora piccolo.
Essere proattivi significa anticipare i problemi, non limitarsi a reagire quando sono ormai diventati urgenti.
Capire cosa conta davvero
In consulenza le cose da fare sono quasi sempre più numerose del tempo disponibile.
Impari quindi a prioritizzare: capire rapidamente cosa è fondamentale e cosa è secondario.
È il principio di Pareto applicato al lavoro: concentrare le energie su quel 20% di attività che produce gran parte del risultato.
Essere occupati e produrre valore non sono la stessa cosa.
I dettagli costruiscono la credibilità
Una cifra sbagliata in un business case, un totale che non torna in un budget o una slide poco curata possono sembrare piccoli errori.
Ma chi li vede inizia inevitabilmente a dubitare anche del resto.
Ho imparato che la professionalità passa anche dalla precisione con cui presenti il tuo lavoro.
La forma non sostituisce la sostanza, ma la credibilità si costruisce anche nei dettagli.
Da soli non si scala
All’inizio della carriera è facile pensare che essere bravi significhi riuscire a fare tutto da soli.
Con il tempo capisci il contrario.
Confrontarsi con chi ha già affrontato un problema, condividere ciò che si sa e costruire una squadra permette di ottenere risultati impossibili individualmente.
E lavorare con persone brave alza continuamente il tuo standard.
Si cresce insieme, e fare squadra è l’unico modo per scalare davvero.
Investire su se stessi
Quando il lavoro è tanto, formazione, certificazioni, libri e studio sono spesso le prime cose che si tende a rimandare.
Eppure ho imparato che investire nella propria formazione può avere ritorni molto superiori a quelli che immaginiamo.
Una competenza che oggi sembra marginale può diventare determinante anni dopo, quando arriva il progetto o l’opportunità giusta.
Investire su se stessi significa anche aumentare le opportunità che saremo in grado di cogliere in futuro.
Imparare a imparare
Il training on the job è uno dei più grandi vantaggi della consulenza.
Un giorno lavori su un data center, poco dopo sul cloud, poi su una piattaforma o un settore che conosci poco.
Non hai mesi per diventare esperto. Devi imparare velocemente.
Questo continuo cambio di contesto sviluppa una capacità fondamentale: imparare a imparare.
Capire cosa conta, fare le domande giuste, trovare le persone competenti e raggiungere rapidamente un livello di conoscenza sufficiente per essere efficace.
In un certo senso ti rende antifragile: ogni nuovo problema aumenta la capacità di affrontare quello successivo.
Imparare a vedere l’azienda nel suo insieme
Con gli anni cambia anche il modo in cui guardi un progetto.
Capisci che una tecnologia non vive mai da sola: ha un costo, deve generare benefici, modifica processi, coinvolge persone e deve inserirsi nella strategia dell’azienda.
Inizi così a vedere le connessioni tra strategia, tecnologia, operation, finanza e organizzazione.
Nel mio caso, lavorando molto con le banche, ho potuto osservare dall’interno come grandi organizzazioni decidono dove investire, come affrontano l’innovazione e come cercano un equilibrio tra tecnologia, costi, rischio e regolamentazione.
È una conoscenza difficile da ottenere soltanto sui libri.
A un certo punto non guardi più soltanto il progetto.
Inizi a vedere il sistema.
Ne vale la pena?
Se un neolaureato mi chiedesse oggi se vale la pena iniziare la propria carriera in consulenza, la mia risposta sarebbe sì.
Naturalmente a una condizione: deve piacerti quello che fai.
Se sei curioso, vuoi affrontare problemi nuovi, confrontarti con persone e contesti diversi e non ti spaventa assumerti responsabilità, lavorare in realtà come Accenture, Deloitte, PwC, EY o KPMG può essere una straordinaria scuola professionale.
Ti dà struttura e metodo. Ti abitua ad affrontare problemi complessi, lavorare con aziende diverse, gestire priorità e assumerti responsabilità progressivamente maggiori.
E lo fai circondato da persone dalle quali puoi imparare tantissimo.
C’è poi un altro aspetto che sarebbe poco realistico ignorare: si può crescere molto anche economicamente.
La consulenza offre generalmente un percorso di carriera abbastanza chiaro, nel quale alla crescita delle responsabilità corrisponde anche una progressione della retribuzione.
I dati pubblicati su Glassdoor danno un’idea della progressione in Accenture Italia: circa 25-30 mila euro lordi annui per un Analyst, 38-43 mila per un Consultant, 55-64 mila per un Manager e 78-90 mila per un Senior Manager. Per i Managing Director il compenso può superare ampiamente i 100 mila euro, con una forte componente variabile. Sono naturalmente dati indicativi e auto-dichiarati.
Non è l’unico motivo per scegliere questo lavoro.
Ma è parte dell’equazione.
Tornando indietro, lo rifarei?
Sì, lo rifarei.
Non perché penso che sia l’unico modo per imparare e costruire una carriera. Oggi, ad esempio, il mondo delle startup offre opportunità molto interessanti, anche in Italia.
Lo rifarei per le fondamenta che mi ha lasciato: un metodo di lavoro, una disciplina professionale, la capacità di affrontare problemi complessi in modo strutturato e di relazionarmi con le persone nei contesti più diversi.
Con questo articolo volevo soprattutto condividere ciò che questi anni mi hanno lasciato e il valore che quell’esperienza continua ad avere ancora oggi.
Spero possa essere utile a chi sta pensando di iniziare un percorso in consulenza, o semplicemente a chi è curioso di capire meglio questo mondo.
Se lavorate già in consulenza o state pensando di entrarci, raccontatemi la vostra esperienza nei commenti.
